Stretta Bagnera appartiene ai ricordi di una Milano di altri tempi.

Per noi che viviamo in una società ultratecnologica, in cui non esistono più distanze o barriere, dove basta un click per sapere vita, morte e miracoli di qualcuno e dove tutti siamo rintracciabili e identificabili, è difficile immaginare epoche in cui un tale, capillare controllo sociale non esisteva.

Eppure, in tempi neanche troppo remoti, anche il semplice documento di riconoscimento era un qualcosa di avveniristico.

L’identità di qualcuno poteva essere accertata soltanto se quella stessa persona era molto conosciuta, o se avesse lasciato qualche sua traccia in qualche documento pubblico o privato: bastava, per esempio, spostarsi da una città a un’altra, neanche troppo lontana, per poter “resettare” il proprio passato.

Va da sé che, in tali epoche, hanno avuto gioco facile gli imbroglioni d’ogni sorta.

O, peggio ancora, gli assassini.

La storia che mi accingo a narrare è quella, per l’appunto, di un assassino. Un assassino seriale.

Un omicida che imperniò la sua turpe attività criminale proprio sulla carenza di sistemi di accertamento ramificati; un assassino-prestigiatore che giocò con le identità delle sue vittime per creare l’illusione che queste fossero ancora vive.

Vi racconterò la storia di Antonio Boggia: il mostro di via Stretta Bagnera.

È il 1859, e Milano è stata appena liberata dal dominio austriaco dalle forze congiunte dei piemontesi di Vittorio Emanuele II e dei francesi di Napoleone III: sono i prodromi dell’unificazione nazionale.

Ester Maria Perrocchio è una signora di settant’anni, una vedova proprietaria di un palazzo sito in via Santa Marta, dove lei stessa vive.

Ester è un personaggio singolare, da romanzo dell’orrore: è una misantropa che diffida di tutti e che non esce mai di casa se non per andare in chiesa.

Nel cortile del suo stabile, la vecchietta, minuta e curva, alleva in gran quantità gatti, galline e piccioni.

Ester non ha un bel carattere. Lo sa bene il figlio, Giovanni Maurier: da quando costui si è sposato, i rapporti con la madre si sono fatti ardui, poiché la vecchietta era stata contraria al matrimonio; quell’unione l’aveva indisposta a tal punto da rinnegare persino la nipotina.

Nonostante tutto, Giovanni ogni tanto si reca a far visita a sua madre.

Quella sera del giugno 1859, mentre per le strade la gente urla, schiamazza e canta, entusiasta per la cacciata dei dominatori, Giovanni Maurier giunge al palazzo di via Santa Marta.

Ma è sbigottito quando la portinaia gli annuncia che sua madre si trova fuori città, a Como, da circa un mese.

Insospettito, Giovanni fa domande, investiga; finché apprende che sua madre ha lasciato lo stabile in mano a un amministratore che era stato, in precedenza, il muratore a cui si affidava per le riparazioni del caseggiato.

Si tratta di un certo Antonio Boggia, che abita lì vicino, in via Nerino.

Maurier lo rintraccia, cerca di sapere da lui dove possa essere sua madre; ma costui, con tono ostile, gli dice che la signora Ester gli ha vietato tassativamente di rivelare la sua nuova residenza.

Giovanni, sentendo puzza di bruciato, denuncia il Boggia: ma l’uomo si rivela in possesso di una lettera della signora che conferma quanto detto dall’amministratore al Maurier, e cioè che sua madre non vuole rivelare il suo nuovo domicilio a nessuno, neanche ai congiunti.

Il funzionario della Questura dà così ragione al fidato amministratore della signora Perrocchio.

A Maurier non resta che ingoiare il boccone amaro.

Poco tempo dopo, però, lo stesso Boggia, forse per evitare inutili rancori, si reca a casa di Giovanni e gli mostra una nuova lettera della sua amministrata: la calligrafia – il Maurier ne è certo – è quella di sua madre. Inoltre, l’amministratore rassicura Giovanni: non venderà il palazzo di via Santa Marta (cosa che avrebbe impedito a Giovanni di ereditarlo…) ma lo fitterà soltanto; e il contratto di fitto, per volontà della signora Perrocchio, prevede anche che a suo figlio rimanga l’appartamento dove lei aveva vissuto fino a poco tempo prima, oltre a un capitale in denaro.

Maurier si mette così l’anima in pace: sa che sua madre ha uno strano carattere, è lunatica, e ci si può aspettare di tutto da lei.  

Ma c’è chi, per via di questa storia misteriosa, ha perso la tranquillità: è il dottor Cattaneo, il notaio che aveva sottoscritto il contratto di fitto del palazzo di via Santa Marta, firmato anche dal Maurier, poiché direttamente interessato.

Quel Boggia, al dottor Cattaneo, non piaceva per niente; tanto che l’aveva anche denunciato alla pretura.

Già, perché qualche tempo prima, quel tale si era già recato nel suo studio con Ester Maria Perrocchio – giunta appositamente da Como – e due testimoni per farsi rilasciare dalla vecchietta una procura notarile con la quale avrebbe potuto vendere il palazzo (in un primo momento, Boggia aveva infatti trovato un tale disposto a comprare il caseggiato, ma poi, per il prezzo troppo alto, la trattativa era fallita).

Ma la Perrocchio, che pure in principio aveva risposto tranquillamente alle domande del notaio, si era impappinata quando esse si erano fatte più scrupolose, per chiudersi infine in un imbarazzato mutismo.

Insospettitosi, Cattaneo aveva invitato i quattro a lasciare il suo ufficio.

La Perrocchio e il Boggia però, caparbi, erano ricorsi a un altro notaio, il dottor Bolza di Como. E costui, meno meticoloso e prudente del collega, aveva infine redatto la procura.

La denuncia, inoltre, non aveva avuto seguito per un maledetto cavillo burocratico: Cattaneo aveva denunciato l’accaduto alla pretura milanese, ma, essendo Ester Maria Perrocchio domiciliata ora in Como, spettava al pretore locale occuparsi del fatto.

Tuttavia, il sospetto non abbandonava la mente del dottor Cattaneo: e se Ester Maria Perrocchio non fosse più in grado di intendere e di volere e quel Boggia se ne stesse approfittando?

Così, Cattaneo comincia un’indagine per conto suo.

Visiona la procura notarile rilasciata da Bolza e incrocia i dati forniti dalla Perrocchio con quelli risultanti dal catastrino (un registro delle proprietà immobiliari e del relativo valore); e qualcosa salta fuori: mentre nella procura notarile stilata dal notaio comasco la Perrocchio si dice “figlia di Giuseppe”, dal catastrino risulta che la donna fu “figlia di Giovan Battista”.

Il solerte notaio avvisa così il Maurier, che si insospettisce nuovamente: sua madre non è il tipo da errori simili, e se li ha commessi vuol dire che non è più lucida; ergo, il Boggia se ne sta approfittando.

La pensa così anche Maria Cannobbio, nipote della signora Perrocchio e residente a Cernobbio, vicino Como: la donna ha girato tutta Como, ma della zia nessuna traccia…

Quando Maria Cannobbio si reca dal notaio Bolza per vederci chiaro e lo mette alle strette, il pubblico ufficiale dice qualcosa che la terrorizza: afferma che la signora Ester è alta e robusta. Ma la signora Perrocchio è una vecchietta esile e gobba…

Gravati da un dubbio atroce, Maria e Giovanni si rivolgono nuovamente al Cattaneo.

Che, non appena sente ciò che i due hanno da dire, impallidisce: la Perrocchio che si era presentata da lui con il Boggia, infatti, non era né alta e robusta né piccola e curva, ma era semplicemente una donna anziana di normali proporzioni… Il 26 febbraio 1860 Giovanni Maurier denuncia così Antonio Boggia, che il 9 marzo successivo viene arrestato.

Il giudice Giulio Cesare Crivelli, cui spetta l’istruttoria del processo contro il Boggia, comincia a indagare; e scopre che, nel 1851, quest’ultimo era stato internato in manicomio.

Il 3 aprile di quell’anno, infatti, un certo Giovanni Comi, appaltatore, allora sessantenne, era stato attirato dal muratore nella sua cantina di via stretta Bagnera, un angusto e appartato vicolo presso via Santa Marta, con una scusa – voleva che il Comi gli rivedesse alcuni conti – e colpito alla testa con un’ascia.

Per fortuna, l’uomo indossava un cappello di feltro abbastanza rigido, e il fendente non era stato mortale.

Comi era perciò fuggito dal budello della Stretta Bagnera e aveva gridato aiuto, finché non si era imbattuto in un finanziere che conosceva: era stato costui a condurre il Boggia al circondario di Polizia.

Il tribunale incaricato di trattare il caso, notata una certa confusione mentale nell’arrestato, aveva decretato il suo trasferimento alla Senavra, il manicomio, da cui Boggia sarebbe uscito dopo tre mesi.

Crivelli, convinto che l’imputato non avrebbe parlato se sottoposto a un semplice interrogatorio preliminare, comincia a cercare tutte le persone che lo conoscono o che hanno avuto contatti con lui, con lo scopo di cavarne testimonianze valide per metterlo alle strette.

La strategia dà i suoi frutti: dall’interrogatorio di Giuseppe Besozzi, un facchino che aveva lavorato col Boggia, emerge che quest’ultimo aveva chiesto al collega di comparire davanti al notaio Cattaneo come testimone per la redazione di una procura.

Insieme ai due, c’era una donna anziana (la falsa Perrocchio…) e un altro finto testimone, Leopoldo Lisska, amanuense presso il tribunale.

Quando il giudice Crivelli interroga il Lisska, costui confessa: è stato lui, esperto nell’imitare le calligrafie altrui, a scrivere le lettere che Boggia aveva mostrato al Maurier, dicendole scritte da sua madre.

Era la prova definitiva che Ester Maria Perrocchio era stata fatta sparire.

Il giudice comincia così a interrogare il Boggia.

Esso dapprima nega; ma il Crivelli gli fa capire che il suo silenzio potrebbe costargli la pena capitale.

A questo punto, il Boggia confessa.

Il cadavere di Ester Maria Perrocchio, con le gambe e la testa mozzate, viene rinvenuto nel sottoscala dello stabile di via Santa Marta.

Ma quello che sembra l’epilogo di una truce storia, altro non è che l’inizio.

Poco tempo dopo il ritrovamento della malcapitata Perrocchio, alla Procura di Stato arriva una denuncia, presentata da un avvocato per conto di Ermenegildo Castiglioni, commerciante: costui vi afferma di aver prestato, dieci anni prima, 4000 lire austriache a un tale Giuseppe Marchesotti per permettergli di partecipare a un’asta, capitale mai più riavuto indietro, dato che il Marchesotti era scomparso nel nulla subito dopo aver ricevuto il prestito.

Crivelli indaga, e scopre che pochi giorni dopo la scomparsa, un muratore era andato a casa del Marchesotti, dove viveva anche la madre, chiedendo dove fosse Giuseppe e affermando che doveva ricevere da lui un compenso per un affare che gli aveva procurato.

Sentendosi rispondere che era via per affari, il muratore si era quindi recato nell’osteria frequentata dal fratello di Giuseppe, Angelo, chiedendo a costui spiegazioni.

Uno degli amici di Angelo, Stefano Roncari, presente nell’osteria al momento in cui tra i due scoppiava una viva discussione, non tardò di riconoscere il Boggia come quel muratore.

A questo punto, il giudice conclude che forse Ester Maria Perrocchio non è l’unica sventurata a essere caduta nelle grinfie dell’assassino.

Fa così perquisire l’abitazione del Boggia: qui vengono rinvenute tre procure notarili, una rilasciata da un certo Giuseppe Meazza, l’altra a nome di tale Angelo Serafino Ribbone e l’ultima firmata da un Fumagalli (ma di quest’ultimo non si saprà mai nulla).

Interrogato in proposito, il Boggia nega di aver commesso altri delitti.

A Crivelli non resta che trovare i cadaveri degli altri malcapitati: ripensa al tentato omicidio del Comi, consumatosi in quella cantina della Stretta Bagnera; forse i cadaveri sono lì, in quello scantinato.

L’intuizione si rivela giusta: gli scavi eseguiti nel budello portano alla luce tre scheletri di uomini.

Il primo appartenente a un sessantenne, alto e robusto, ranco e privo degli incisivi superiori: è Pietro Meazza, che, come riveleranno le indagini, era zoppo e mancava di alcuni denti.

Il secondo appartiene ad un uomo sui trentacinque anni, e presenta delle ossa nasali lunghe e curve: è il Ribbone, che aveva, secondo le testimonianze, un grosso naso adunco.

Il terzo, per esclusione, doveva essere lo scheletro del Marchesotti. Ma chi sono questi uomini?

Angelo Serafino Ribbone era un manovale che in passato era stato discepolo del Boggia.

Doveva essere un lavoratore instancabile e un gran risparmiatore, poiché nel corso degli anni aveva accumulato un discreto capitale.

Ribbone si fidava del Boggia, di cui aveva grande stima; tanto che gli parlò del suo piccolo tesoro, e gli rivelò di averlo dato in custodia a una cugina di Casciago, il suo paese di origine.

Nell’aprile del 1849, il Boggia, con una scusa, aveva attirato il Ribbone nella cantina della stretta Bagnera e lo aveva ucciso vibrandogli un colpo d’ascia alla testa.

Poi, come aveva fatto nel caso della Perrocchio, si era recato da un notaio con un falso Ribbone (sempre il Besozzi!) e si era fatto rilasciare la procura trovata nella sua abitazione.

Con questa, aveva potuto riscuotere il denaro di Angelo Serafino da sua cugina.

Pietro Meazza era un fabbro in difficoltà finanziarie: gli affari non andavano bene e i creditori gli stavano con il fiato sul collo.

Un giorno, un suo amico gli presenta Antonio Boggia, che subito si prodiga per aiutare Pietro: gli consiglia di sparire per un po’, di andarsene sul lago di Como, ad Urio, il paese natio del Boggia, dove vive una sua cugina zitella che sarebbe ben lieta di prendere marito.

La bottega, però, deve lasciarla a lui, che, avendo avuto a che fare anch’egli con i creditori in passato (tanto che aveva dovuto fuggire in Piemonte), sapeva bene come prenderli.

Il Boggia, dopo aver presentato sua cugina al fabbro, si fa rilasciare la solita procura da un notaio – presente, stavolta, il vero Meazza – e s’impossessa così della bottega, che, essendo gravata dai debiti, ha già in mente di vendere.

Poi, un giorno di aprile del 1850, Antonio Boggia attira il suo “protetto” nella cantina di via Stretta Bagnera e lo uccide con la scure.

Giuseppe Marchesotti, infine, era un mediatore commerciale.

Un giorno di aprile del 1851, il Boggia lo avvicina – sono entrambi presenti a un’asta – e gli propone un affare: partecipare a un’asta privata offrendo una cifra considerevole – scoraggiando così gli altri partecipanti – e aggiudicarsi il lotto, che poi potrà vendere a un prezzo molto maggiore.

Marchesotti quella cifra non ce l’ha, e così se la fa prestare dal suddetto Ermenegildo Castiglioni, che lo conosce e si fida di lui.

Dopo una bella bevuta in osteria, Boggia e Marchesotti si recano all’asta.

Non vi arriveranno mai: con una scusa, il Boggia chiede all’amico di fare prima una rapida puntata nella cantina di via Stretta Bagnera

In quella oscurità ha degli oggetti che vorrebbe mostrargli per un’eventuale vendita.

Il resto, purtroppo, è noto.

Si spiega, a questo punto, perché il Boggia abbia finto di avere un credito in sospeso col Marchesotti e sia andato a chiedere di lui proprio in osteria: lì aveva bevuto con Giuseppe, ed essendo l’ultima persona con cui quest’ultimo era stato visto, qualcuno avrebbe potuto insospettirsi. Ecco, quindi, la falsa storia del denaro che il mediatore avrebbe dovuto rendere al furfante.

Il 18 novembre del 1861 si apre il processo ad Antonio Boggia, accusato di quattro omicidi per rapina, un tentato omicidio e svariate truffe (per i falsi testimoni presentati ai notai).

La domanda che, per tutte la durata del processo, rimbomba tra le pareti dell’aula di giustizia è se Antonio Boggia è un freddo e spietato calcolatore o, più semplicemente, un malato mentale.

Di certo, è quest’ultima tesi che lo stesso assassino cerca di avvalorare: egli, ogniqualvolta viene interrogato sui delitti, parla di un “estro” che lo coglieva pochi istanti prima di compiere gli omicidi.

Ma i suoi crimini appaiono troppo gravi all’accusa, oltreché generati da un movente preciso e pragmatico, perché le tesi della difesa, che cerca in tutti i modi di provare l’infermità mentale del Boggia, vengano prese in considerazione.

Il 28 novembre 1861 Antonio Boggia viene condannato a morte.

Verrà giustiziato tramite impiccagione l’8 aprile 1862.

Antonio Boggia, il Mostro della Stretta Bagnera, fu l’ultimo criminale a essere giustiziato: qualche anno dopo, il nuovo Codice penale aboliva infatti la pena di morte.

Su di lui, ebbe a pronunciarsi anche Cesare Lombroso, il quale disse che la fisionomia del Boggia era quella tipica dell’assassino.

Di Antonio Boggia resta il ricordo in un modo di dire,

oggi in uso solo presso gli anziani:

fa minga el Bogia, cioè “non fare il Boggia”.

L’espressione viene rivolta a chi, con fare mellifluo,

cerca di accattivarsi la fiducia altrui:

proprio come aveva fatto il criminale,

che era riuscito a sembrare tanto affabile

e onesto da ingannare persino

una misantropa diffidente come Ester Maria Perrocchio.

La Stretta Bagnera, oggi vicolo Bagnera, è ancora lì, a Milano, tra via Santa Marta e via Nerino, nei pressi di via Torino.

Qualcuno racconta ancora oggi che in quel vicoletto curvo si possa ancora incappare nel fantasma di Antonio Boggia, preannunciato da un vento gelido.

di Salvatore Napoli

 

Dopo aver letto del Mostro della Stretta Bagnera, leggi gli articoli di Salvatore Napoli sui vari serial killer italiani:

Il Mostro della bergamasca

Il Mostro di Roma

Il Mostro di Nerola

Se vuoi approfondire le storie degli assassini seriali,

leggi il libro di Carlo Lucarelli e Massimo Picozzi:

Serial killer: Storie di ossessione omicida

Leggi l’intervista rilasciata da Salvatore Napoli, pioniere di un nuovo alternativo modo di scrivere l’horror, fra linguaggio classico e realismo dell’inconscio post-moderno.

 

 

 

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