Il blog letterario Horti di Giano intervista il poeta Paolo Bruni, autore di Sciroppo da More – Brunette liquide.

Un viaggio a cavallo tra emozioni, miti, simbolismo e amori, alla ricerca del verso perfetto.

Giovanni Galasso ha intervistato Paolo Bruni sulle tematiche dei suoi 99 componimenti, per lo più sonetti, pubblicati ad Aprile 2020.

 

G.G.: Ciao Paolo, per poter comprendere al meglio l’origine della tua poetica e farmi raccontare dalla tua voce l’evoluzione di ogni verso, come prima domanda vorrei chiederti quanto il mestiere di docente ha influito sul tuo lavoro di poeta?

P.B.: La formazione professionale di insegnante di materie letterarie mi ha certamente fornito gli strumenti per una produzione consapevole e matura. D’altra parte, però, l’ispirazione e le occasioni che alimentano la forma poetica sono connesse a diversi aspetti della mia vita e a persone che nulla hanno a che fare con lo stretto perimetro delle aule o con i rapporti compassati che spesso si instaurano tra le sue mura. Per evadere da questo mondo un po’ ingessato e formale sul piano dei rapporti umani, a volte mi piace immaginare di avere un alter ego, un secondo “io” imprevedibile, eccentrico, fuori dagli schemi, autentico, audace, brillante e ironico. Ho voluto chiamarlo Paul Bernàc, per dargli un tocco di internazionalità, anche se il vernacolo romanesco e catanese sono le parlate che usa abitualmente. Lo scrittore Luigi Pirandello, siciliano come mia madre, definirebbe Paolo Bruni una «persona» che si trova, proprio malgrado, inserita in un contesto familiare, sociale e professionale, mentre Paul Bernàc è più un «personaggio», una rappresentazione artistica del primo.

G.G.: Cosa rappresenta la Sicilia per te?

P.B.: La Sicilia rappresenta per me, in primo luogo, la mamma e il ramo materno della famiglia (zia Antonietta e zia Silvana, donne affettuose, simpatiche e generose), anche se, a un livello più profondo, l’isola ha tutte le caratteristiche del locus amoenus, un luogo idealizzato e piacevole dove rifugiarsi per trascorrere le vacanze, giocare, divertirsi e mangiare bene. Simboleggia anche l’otiumcome lo chiamerebbero gli antichi Romani, ossia il luogo e il momento adatto per prendersi cura di sé e della propria saggezza attraverso la contemplazione spirituale, buone letture, meditazioni filosofiche, il gusto per l’arte, l’esercizio fisico, la vita sociale e conviviale. I luoghi privilegiati “unni ju m’arricriu”, cioè “dove io mi rigenero” nell’anima e nel corpo, sono Catania e a Taormina, santuari del “Mongibello”, quell’Etna, che con le sue dimensioni maestose ricorda agli uomini quanto sono piccoli, fragili, passeggeri. Antitetico a questo mondo è Roma, che rappresenta soprattutto il negotium, ossia il luogo del dovere, la scuola – esperita prima da studente e poi da insegnante – che costituisce l’altro fil rouge che caratterizza la mia biografia. Queste reminiscenze e questi simbolismi, privati e individuali, connessi alla Sicilia, vengono completati anche dalle suggestioni culturali collettive che si riallacciano alla letteratura, alla storia, all’arte, alla natura e all’impegno civile. Il popolo siciliano, con la sua empatia, la sua coinvolgente simpatia e la visione disincantata della vita – che si esprimono attraverso l’uso di forme dialettali colorite e spesso intraducibili – è un’eredità molto presente nella mia produzione poetica e di cui sono geloso e fiero.

G.G.: Perché questa attenzione alla forma metrica?

P.B.: Sono profondamente convinto che prosa e poesia siano due cose che debbano rimanere separate ed essere legate a differenti codici espressivi. È proprio nella metrica che trovo la struttura alla quale affidarmi fiduciosamente, come un sentiero tracciato che sa dove portarmi. Da ciò deriva anche una spinta per superare la paura del vuoto, l’horror vacui che a volte sembra bloccarmi. La forma prediletta, il sonetto di endecasillabi rimati, è anche un mezzo per riallacciarmi alla più nobile e apprezzata tradizione letteraria italiana, che è sempre un punto di riferimento per me e, in qualche modo, è anche stato un punto di partenza. Poiché mia madre è catanese, vado molto fiero delle origini siciliane del sonetto – che sarebbe stato inventato dal “notaro” Jacopo da Lentini, esponente di punta della Scuola siciliana e iniziatore della lirica d’arte italiana, laica e libera -, anche se sono consapevole che questa forma poetica ha raggiunto la piena maturità e la meritata notorietà grazie ai giganti della letteratura mondiale, come Dante, Petrarca e Shakespeare, che hanno sublimato il genere e hanno acceso per secoli l’interesse mondiale nei suoi confronti. Vorrei aggiungere che il numero, come il metro, per me ha anche un significato profondo, di derivazione pitagorica, per cui l’endecasillabo esprime una perfezione artistica e musicale e una simbologia profonda che apre le porte del mistero.

G.G.: Quali sono i tuoi modelli letterari? Hai alcuni autori che prediligi o che preferisci ad altri?

P.B.: Amo la rigorosa perfezione stilistica, i poeti che sanno padroneggiare l’arte. Non posso negare che nella mia produzione c’è una certa influenza barocca, sia per lo sperimentalismo e la raffinatezza dei temi scelti, sia per la lussureggiante sintassi ricca di nessi arditi, ma che suonano bene insieme, come la “callida iunctura” di Orazio. Poiché sono un “poeta laureato”, naturalmente le mie suggestioni sono molteplici, dai classici ai contemporanei, ma voglio che tutto sia fuso in una particolare maniera stilistica che deve esprimere la mia autentica visione della vita.

G.G.: Perché un giovane dovrebbe leggere poesie e quali sono le letture che Paolo Bruni gli consiglierebbe?

P.B.: Un giovane dovrebbe leggere poesie per cercare una visione diversa della vita, più autentica, che faccia risuonare le corde del suo cuore. Accanto ai grandi poeti, gli consiglierei di cercare un suo percorso autonomo, alla ricerca di poeti, magari meno conosciuti, ma che riescono a far vibrare le corde della sua anima. La poesia è qualcosa di sublime: il poeta e il lettore devono in qualche modo entrare in risonanza tra di loro. Non è propriamente un poeta, e non ha uno stile minimamente paragonabile al mio, ma, tra i tanti autori di raccolte poetiche, consiglierei Charles Bukowski, che si fa preferire per la sua schiettezza graffiante e ammiccante, il linguaggio asciutto e dissacrante, e l’incisiva capacità di condensare pensieri, spesso “geniali”, che non possono non lasciare un segno, anche perché riescono a colpire duro l’ipocrisia e la superficialità del vivere contemporaneo.

G.G.: Consiglieresti a un giovane di scrivere poesie e, se sì, per quale motivo?

P.B.: Un conto è scrivere poesie, ma, ovviamente, pubblicarle è diverso. Il consiglio di scrivere poesie va bene per tutti, perché è un modo di cercare se stessi ed esprimere, in maniera più profonda, il groviglio apparentemente inestricabile del proprio inconscio. A mio avviso per scrivere poesie adatte a essere pubblicate occorre una solida preparazione, che non può essere improvvisata, anche se può non bastare. Si scrive per tentare un dialogo, per inviare un messaggio, per sublimare un pensiero. Poetare per me è come scavare nel mucchietto di foglie della Pizia (l’antica sacerdotessa greca del tempio di Apollo a Delfi) per rispondere alle domande dell’uomo, per cercare il bello della vita e tentare di afferrarne il senso o, semplicemente, per rielaborare l’esperienza personale in modo artistico e originale.

G.G.: Gli accostamenti delle parole sono molto ricercati, tanto che alcune connessioni mi fanno pensare ad un accurato “labor limae”, il raffinato lavoro di “cesello” – un concetto di matrice alessandrina – di cui, parla anche il poeta latino Orazio nella sua “Ars poetica”. Le tue opere sono davvero frutto di un lungo lavoro di rielaborazione formale? 

P.B.: L’idea di scrivere sonetti mi è venuta solo nel 2015: inizialmente erano un po’ ingenui e servivano a condensare l’emozione che provavo per l’imminente matrimonio. Poi mi è presa la voglia di scrivere e, ogni tanto, mi usciva spontaneamente un verso. Ho scoperto così una vocazione poetica che ho voluto incanalare in un registro espressivo non banale, nel quale le figure e gli artifici retorici facessero risaltare la fattura dell’opera, sia pure in uno stile semplice e lineare. Qualche mattina mi sveglio e sento risuonare uno dei miei sonetti nella mente come una canzone, ed è una sensazione piacevole perché adoro ascoltare la musica. Non a caso ho sposato una cantante che dedica, come me, molto tempo al perfezionamento della sua arte, per cui si può dire che c’è una grande intesa e una tenera complicità in questo senso: lei ammira i miei versi e io sono incantato dalla sua voce.

G.G.: Quanto è importante la musicalità nella tua poesia?

P.B.: Come ho già espresso nella risposta precedente, mi piace che le mie parole suonino bene insieme, che gli accostamenti siano armoniosi, che una letteraria musica di sottofondo pervada ogni mio verso. Di conseguenza pongo particolare attenzione alla scelta delle parole, alla loro dislocazione nel verso, e apprezzo particolarmente la rima che trovo una delle caratteristiche più importanti e universali della poesia, perché la sanno vedere e apprezzare tutti, anche i più piccoli.

G.G.: Ci sono delle persone che hanno ispirato le tue poesie?

P.B.: La prima fonte d’ispirazione è la mia gioiosa famiglia, quella di origine (nonni, genitori, zie, fratello, cugini), e quella nuova formata con mia moglie, la mezzosoprano italo-australiana Patricia Danielle Scriva, la cui voce cristallina è la meravigliosa colonna sonora della mia vita da circa quindici anni e la cui dolcezza è senza paragoni. È senza dubbio lei la testimone degli eventi più importanti della mia vita: grazie a lei ho provato l’ineffabile gioia di diventare padre per cui, dopo l’emozionante nascita di un figlio, il nostro adorato Gabriel, ho desiderato fortemente sposarla. Proprio per rendere le nozze un momento speciale e indimenticabile, anche dal punto di vista letterario, ho deciso di iniziare a comporre alcuni sonetti in forma di epitalami che si trovano nella seconda sezione di Sciroppo da more – Brunette liquide, intitolata “Galeotta Taormina”. Voglio, però, rivelare una cosa di cui non ho mai parlato nelle precedenti interviste: dietro alcune poesie di argomento amoroso, presenti nella raccolta, si celano una ventina di “morette”, donne misteriose che sono “sfumate” prima dell’arrivo della mia futura moglie. Ve n’è una, in particolare – mai nominata, né più vista e incontrata in 16 anni – il cui ricordo è tanto forte quanto sfuggente: per meglio preservare i bei pensieri verso di lei e adattarli alla nuova realtà, col tempo ho deciso di rielaborarli, “scolpirli”, idealizzarli e renderli più universali, eternandoli in versi carichi di malinconia e di dolce passione. Un fatto mi ha veramente fatto accapponare la pelle: il disegno realizzato da Chiara Colaiacomo – di “Ars Figulina” – come frontespizio del mio libro, sembra un fedele ritratto di questa giovane donna: come abbia fatto Chiara a indovinarne le forme è un mistero di cui non so ancora dare una spiegazione. Perché ho voluto inserire nella raccolta alcune poesie dedicate ad “altre donne”? Perché ritengo che ogni poeta debba essere consapevole del valore delle relazioni umane in generale, per cui non vedo perché ci si debba vergognare di legami amorosi particolarmente intensi, anche se passati, che hanno lasciato un segno indelebile nella crescita psicofisica di ognuno di noi. In quest’ottica di rivalutazione dei rapporti di varia entità, grande importanza rivestono, per me, anche gli amici e le amiche a cui, occasionalmente, ho scelto di dedicare un sonetto, oltre ai colleghi e gli alunni.

 Intervista di Giovanni Galasso

Con questa intervista al poeta Paolo Bruni, ci auguriamo che la lettura di Sciroppo da more – Brunette liquide possa accompagnare i lettori di Horti di Giano in un viaggio emozionale particolare nel suo genere, incoronando la poesia ad Arte nobile, multiforme, immortale.

Buona lettura dei sonetti di Paolo Bruni: Sciroppo da more – Brunette liquide

 

Cosa aspetti a scaricare l’omaggio che ti attende? Potrai iniziare a leggere “Nostra Signora delle Ceneri” di Simone Colaiacomo!

 

 

 

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