Il blog letterario Horti di Giano intervista Chiara Cicconi, autrice dell’autobiografia Luce.

Ambasciatrice di un messaggio di speranza, nell’intervista mette a nudo le sue emozioni attraverso l’esperienza di morte e rinascita che ha vissuto.

Luce è il libro che può essere di supporto a chi ha bisogno di ricominciare, di ritrovarsi, di riprendere in mano la propria vita, questo bene così prezioso.

 

S.C.: Ciao Chiara, sono veramente contento di poterti domandare tante cose sul tuo libro Luce. Sono tante le esperienze che hai vissuto e vanno tutte o quasi fuori dall’ordinario. Intanto voglio domandarti come ha preso forma il bisogno di scrivere un libro come Luce?

C.C.: Era da tempo che pensavo di scrivere della mia vita, anche prima dell’esperienza di NDE e di quello che ne è venuto di conseguenza, perché mi rendevo conto di aver vissuto una vita “particolare” già dalla nascita e, a un certo punto, ho capito che il racconto delle mie esperienze poteva essere d’aiuto ad altre persone. Mi è accaduto di incontrare, per esempio, durante una vacanza, una coppia di genitori che avevano avuto un figlio che era nato con la labiopalatoschisi, come me. I genitori si preoccupavano molto dell’aspetto psicologico di questa patologia e di ciò che avrebbe comportato per il loro figlio, soprattutto, durante l’adolescenza. Vedermi ormai adulta e serena li ha in parte tranquillizzati, portandoli a sperare che anche il loro piccolo avrebbe potuto crescere sereno e forte. E poi, parlandone insieme, hanno ritrovato in me alcune caratteristiche caratteriali che avevano notato in lui. A detta loro, si trattava di un bambino che sopportava bene il dolore fisico e che, quando gli accadeva qualcosa, tendeva a rassicurare gli adulti che aveva intorno sulle sue condizioni di salute. Caratteristica che ho sempre avuto anch’io. Hanno compreso, così, che le problematiche di salute, affrontate fin dalla nascita, rafforzano il carattere. Lo stesso discorso può valere per i bambini nati con patologie congenite al cuore. Questo è il motivo iniziale per cui ho deciso di scrivere Luce: rasserenare i genitori di bambini nati con le mie stesse patologie. Poi, durante la stesura del libro, di messaggi importanti da trasmettere ne sono arrivati tanti e di vario genere. Il messaggio che considero più importante tra tutti è che vivere è sempre meraviglioso, anche quando è difficile.

S.C.: Dare speranza e fiducia al prossimo è una cosa importantissima e sono felice di sapere che esistono persone come te che decidono di raccontarsi per regalare il Bene al prossimo. La seconda cosa che vorrei chiederti è perché la scelta di fare una autobiografia, e non romanzare la tua storia, sfruttando così uno “strumento letterario” indubbiamente più semplice per far circolare il tuo libro e quindi il messaggio che contiene?

C.C.: Perché con un’autobiografia, secondo me, sarebbe stato più chiaro che ogni episodio che viene raccontato è reale, quindi vissuto e affrontato veramente da me e che, di conseguenza, sono reali anche i messaggi che voglio trasmettere. Avevo paura che romanzando la mia storia, si potesse pensare che molti, se non tutti gli episodi raccontati, potessero essere frutto della mia Immaginazione e creatività.

S.C.: Chi è Luce?

C.C.: Luce è il nome di mia figlia ed è stato scelto, da me e da suo padre, per tutto quello che ha comportato il suo arrivo nella nostra vita. Lei è il nostro faro, è il simbolo di tutto quello che può esserci di bello e di importante in questa vita. Ma la parola “Luce” per me è molto importante, tanto che me la sono anche tatuata su un polso. Luce è l’Energia creatrice del tutto, quello che comunemente viene chiamato Dio, ed è quindi anche il “luogo”, se così vogliamo dire in termini umani, dove si torna quando la nostra “anima” esce dal corpo dopo la sua morte fisica.

“Luce” siamo ognuno di noi, perché ogni essere che è stato creato è un pezzetto di quella “Luce”.

S.C.: Mi ricollego a questa tua ultima frase. La tua esperienza di vita è difficile da descrivere a parole. Mi riferisco al famoso “Tunnel” che di solito si attraversa “solo andata”. Riusciresti magari a dirci qualcosa di più oltre quello che hai deciso di inserire nel tuo libro?

C.C.: È vero, si tratta di un’esperienza molto difficile da descrivere a parole perché, in realtà, comporta il dover descrivere sensazioni, emozioni. Intanto devo dire che il famoso tunnel di cui si parla, io non lo ricordo perché serve per avvicinarsi al passaggio che porta nella “Luce” mentre l’Anima si sta staccando dal corpo fisico. Io, invece, ricordo di essermici ritrovata dentro e basta. Poi la parola “Luce” che uso per descrivere quel “luogo” non lo descrive per niente bene, perché sto usando una parola che noi utilizziamo per definire una condizione visiva che in quel “posto” non esiste più. È il nostro inconscio o coscienza che riesce a definire solamente in questo modo le sensazioni ed emozioni che si provano. Parlando di emozioni, quando si va nella “Luce” si torna a far parte di un’immensa energia fatta solo di Amore puro, incondizionato, senza giudizio. Tutto quello che noi consideriamo importante in vita, lì non ha più significato. Per questo la parola che usa chiunque si è anche solo avvicinato a quell’energia è “Luce”. Poi ricordo che mi è stato chiesto se volevo restare lì o tornare indietro e ho deciso di tornare, anche se non ne ricordo assolutamente il motivo. Vi assicuro che sarebbe stato molto più semplice restare. Una volta lì, quello che si è lasciato qui non è più importante. Si è tornati a “casa” e va bene così. Ma se ho deciso di tornare ci deve essere stato un motivo molto importante. Ognuno di noi ha un compito da svolgere in questa vita, evidentemente non avevo ancora concluso il mio, oppure me ne è stato assegnato un altro.
È più o meno tutto ciò che ricordo e lo ricordo come se fosse accaduto ora, anche se sono trascorsi già più di 13 anni da quell’esperienza.

S.C: Il tuo libro parla anche di cattiveria, di ingiustizia, di egoismo. Ma il messaggio che ne segue è di speranza. Come hai vissuto queste esperienze?

C.C.: Non credo che i termini giusti da usare siano cattiveria, ingiustizia ed egoismo ma, semmai, inconsapevolezza, dolore e paura, perché sono questi sentimenti che fanno sì che l’essere umano utilizzi comportamenti poco consoni alla sua natura. Credo che ogni essere umano sperimenti verso la propria persona, prima o poi, il risultato di questi sentimenti, che riescono a tirare fuori i comportamenti peggiori. Se noi guardassimo chi si comporta male con noi e riuscissimo a vedere quanto disagio interiore si cela dietro questi comportamenti, sono sicura che l’unico sentimento che proveremmo verso queste persone sarebbe solamente una profonda pena. Si attacca chi ci mostra, come in uno specchio, quello che ci manca o che ci fa soffrire o che ci spaventa. Ma, quando ti ritrovi dall’altra parte, come è accaduto a me, ti accorgi che, cose come l’invidia, la cattiveria provocata dal dolore esistenziale o la paura, non hanno alcun significato né ragione d’esistere.

Si cambia totalmente prospettiva e si scopre che la vita può essere meravigliosa

perché siamo noi e solo noi che possiamo decidere come viverla e cosa farne e, quindi, accettare che può essere bella e vedere la bellezza anche in quelle che, spesso, consideriamo piccole cose.

S.C.: Parlando sempre di questi eventi che hanno segnato la tua vita, in particolare vorrei focalizzare l’attenzione sulle ingiustizie e sulla manipolazione perpetrata da un compagno (o talvolta, anche se con minor frequenza, anche dalla propria compagna). Cosa potresti consigliare a tutti, ma in particolare alle donne che subiscono certi inammissibili comportamenti e azioni da parte dei propri compagni che troppo spesso sfociano in violenza?

C.C.: Il consiglio più importante che si possa dare a una donna che subisce violenza fisica o psicologia, quest’ultima non meno grave di quella fisica ma solo più difficile da individuare, è quello di AMARSI. Quello che stanno vivendo è un rapporto malato e, di sicuro, non si tratta di alcun genere d’amore quello che il partner che divide con loro la casa prova ma possesso, sopraffazione e insicurezza. Ha bisogno di sentirsi più importante di loro e quindi le sminuisce in ogni modo e, se glielo lasceranno fare, arriverà a picchiarle. Ma tutto ciò lo fa con il loro tacito consenso. Ci sono passata, quindi non sto giudicando nessuno. So che in maniera subdola è riuscito a farle sentire in colpa anche solo perché respirano, e pensano che comportandosi come piace a lui, magari le libererà dal dover discutere continuamente per ogni cosa o che non urlerà loro contro insulti pesanti o non alzerà le mani. Ma lui smetterà solo se loro smetteranno di accettarlo. Se non si sentissero in grado di farlo da sole, chiedessero aiuto ma per arrivare a non accettarlo più, dovranno imparare ad amarsi. Un giorno mi sono guardata allo specchio e mi sono domandata se quella era la vita che volevo vivere e mi sono risposta di no. Avevo 33 anni e non era giusto andare avanti così. Per me stessa non era giusto. Dopo di che ho lasciato quello che era mio marito. Lui ha fatto di tutto per farmi tornare indietro sulle mie decisioni, compreso tentare di mettermi contro alcune persone a me care, ma non sapeva che ormai i suoi schemi comportamentali non funzionavano più con me.

Quindi imparate ad amarvi e cercate aiuto, se pensate di averne bisogno.

Ci sono molte associazioni che aiutano le donne in difficoltà. Ah, dimenticavo, non è giusto neanche per i vostri figli vivere in quel modo, qualsiasi cosa continuate a dirvi sul loro conto, anche loro vivrebbero più sereni senza vedere perpetrare continuamente abusi di qualsiasi genere verso la propria madre.
 Vorrei parlare anche delle donne che usano continuamente violenza psicologica verso il proprio compagno. Vietare ad un marito, compagno o fidanzato di frequentare i suoi amici di sempre, allontanarlo dalla sua famiglia d’origine o non permettergli di coltivare i suoi hobby o interessi, è violenza psicologica ed è molto più diffusa di quanto si possa credere. Con la scusa della paura che, l’uomo che si ha accanto, possa tradire fisicamente o tradire la fiducia della donna con cui condivide la vita, vengono giustificate questo genere di violenze e accettate come normali dalla società. Ma, parlando di Amore, quello con la A maiuscola, nessuno appartiene a nessuno. Nessuno può essere considerato una proprietà, perché condividere la vita o un periodo di tempo con qualcuno è una libera scelta. Rendere impossibile la vita a questa persona o tenerla legata a sé con il ricatto dei figli che, se decidesse di chiudere il rapporto con la/il compagna/o, avrebbe serie difficoltà a vedere e frequentare, non fa sì che il rapporto duri più a lungo e, anche se poi è quello che si ottiene, lo si ottiene con la forza e con la coercizione, non certo per amore. Non si può obbligare nessuno ad amarci. L’amore è volontario, altrimenti non sarebbe amore, e può durare tutta la vita o per un periodo di tempo ma non si può pretendere o forzare in alcun modo. L’amore è rispetto per l’altro, sempre e in ogni situazione. Mi sentirei fortemente umiliata se trattenessi a me qualcuno contro la sua volontà. Sarebbe come dire che non merito qualcuno accanto che mi ami per ciò che sono e per sua scelta. E questo vale per gli uomini e per le donne.

S.C.: Un messaggio che cambierebbe il modo di approcciarsi agli altri, se ascoltato da tutti. Parliamo di diversità. Cosa significa essere visti come diversi, anche se non ci si sente tali, anche se non lo si è, dal momento che ogni persona ha le sue caratteristiche, le sue diversità che la rendono unica, sotto infiniti aspetti. Vorrei precisare, prima di una tua risposta, che l’essere diversi non sempre porta difficoltà o limitazioni, ma a volte conduce a risorse incredibili e impensabili, fa sì che ci si possa addirittura elevare e vivere una vita piena e ricca di emozioni e gratificazioni.

C.C.: Come specifichi giustamente tu, ogni persona ha le sue caratteristiche e quindi ogni persona è diversa dalle altre. Non esiste, in tutto il mondo, una persona uguale a un’altra.
Io, però, ero considerata “diversa”, almeno fino all’adolescenza, perché il mio viso aveva delle malformazioni evidenti. Io non mi sono mai considerata diversa, a livello fisico, dalle altre persone e dai miei coetanei e in questo credo che siano stati molto bravi i miei genitori. Devo dire anche che nell’infanzia e nell’adolescenza, a parte qualche leggera presa in giro, non ho mai subito del vero e proprio bullismo e credo che questo sia avvenuto perché non rimanevo male e non mi arrabbiavo se mi si facevano notare le mie diversità. Ero consapevole che era abbastanza normale che questo avvenisse, come ero consapevole che, durante l’adolescenza, età in cui conta moltissimo l’aspetto esteriore, fosse “normale” che non potessi interessare alla maggior parte degli esemplari maschili della mia età.
Solamente per un aspetto mi sono sempre considerata diversa dai miei coetanei, fino quasi a sentirmi spesso fuori posto, ed era la mia interiorità. Essendo più sensibile della maggior parte delle persone che avevo intorno, non mi sentivo compresa per questo.
Oggi, invece, la mia diversità consiste maggiormente, oltre alla mia sensibilità, ai limiti fisici che devo rispettare, dovuti ai problemi al cuore con i quali devo sempre fare i conti. Questa diversità oggettiva, però, essendo meno evidente di quella relativa alle malformazioni al viso, non viene minimamente considerata dalle persone con cui mi relaziono giornalmente.
Come vedi, possono esserci vari tipi di diversità, evidenti o meno, che vengono considerati o che non vengono assolutamente presi in considerazione. Anche la così detta “diversità” è estremamente soggettiva.

S.C.: Nel tuo libro Luce si parla anche di aspetti che per molti, probabilmente, possono apparire impossibili. Mi riferisco alle esperienze ESP o affini. Puoi dirci la tua esperienza?

C.C.: Fin da bambina vedevo e percepivo cose particolari, ma le consideravo normali, soprattutto quando accadevano in compagnia di mia nonna.
La prima volta che vidi uno “spirito”, anche se oggi le chiamo “entità”, ero molto piccola. Un pomeriggio ero a casa di mia nonna e stavamo facendo il pisolino pomeridiano, quando vidi il mezzo busto di una signora anziana che ci guardava da sopra l’armadio che mia nonna aveva in camera da letto. Le chiedi chi fosse e mi disse che si trattava di una signora sua vicina, morta da poco tempo. Mi disse che il giorno dopo sarebbe andata in chiesa per farle dire una messa e l’argomento si chiuse così. La vedeva anche lei e lo considerava normale, quindi lo era anche per me. Capii molto tempo dopo cosa avessi visto quel giorno.
Ora non mi accade più di vederli, tranne in rarissime occasioni, ma di percepirli sì, e spesso. Non mi spavento perché so che hanno semplicemente bisogno di aiuto. In qualche modo e per qualche motivo sono trattenuti in una specie di dimensione di mezzo tra lo stato terreno e la “Luce” oppure vengono a trovarci per farci sentire la loro presenza.

Solo alcune persone percepiscono queste entità ma sono presenti per tutti.

Ognuno di noi ha almeno una persona cara che ora è nella Luce e che ogni tanto la viene a trovare per seguire la sua vita. Alcuni se ne accorgono e ne sono consapevoli ed altri no. Ho sempre saputo che esiste un velo sottilissimo tra noi e quello che viene considerato l’aldilà.

S.C.: In Luce ci sono molti aspetti legati a figure che viene da definire sovrannaturali, legate alla religione ma non solo. Cos’è l’Angelo custode per te?

C.C.: Il modo in cui comunemente vengono chiamate le nostre Guide. Esistono delle entità superiori che hanno l’incarico di seguire le vicissitudini della nostra vita, di darci suggerimenti o di aiutarci in qualsiasi modo credono opportuno. Quando abbiamo un problema che ci ossessiona e per il quale non troviamo soluzione accade che, a un certo punto, ci arriva in testa la soluzione giusta e, in quel momento, ci sembra così ovvia che non capiamo come abbiamo fatto a non pensarci prima. Solo che quell’idea improvvisa non è la nostra ma ci è stata sussurrata dalla nostra Guida. Quando sono tornata, dopo essere stata nella Luce, ero pienamente consapevole di questa presenza costante attorno a me e, in alcuni momenti veramente importanti o difficili, ho avuto anche la possibilità di vederla. Per questo motivo mi sento protetta e mai sola.

S.C.: Un capitolo di Luce tratta invece le Persone Altamente Sensibili (PAS). Puoi parlarcene?

C.C.: Fin da bambina ho avuto una sensibilità molto acuta. I primi a rendersene conto furono i miei genitori, al punto di avere paura che, in questo mondo spesso ingiusto, tale mia caratteristica potesse farmi soffrire. Oggi viene chiamata empatia ma la mia è molto accentuata, al punto di farmi provare le emozioni positive e negative che provano le altre persone come se fossero le mie e, prima di imparare a distinguere quali fossero le mie e quali no, mi mandavano spesso in confusione e il mio umore cambiava a seguito dell’umore delle persone che incontravo e con le quali mi fermavo a conversare. Degli studi hanno dimostrato che esiste un 20% della popolazione mondiale con queste caratteristiche. Hanno dimostrato anche che dipende da una differenza nel cervello di queste persone. Non entrando nella parte tecnica, queste persone hanno la parte del cervello, relativa all’empatia, molto più sviluppata. Questa caratteristica comporta anche una maggiore sensibilità agli stimoli esterni come la luce, i rumori o gli odori. Da questo studio, tali persone vengono definite PSA: Persone Altamente Sensibili. Quando ho letto di questo studio che, a grandi linee, viene riportato nel libro, mi ci sono riconosciuta e non mi sono più sentita tanto diversa e soprattutto non mi sono più sentita sola.

S.C.: Di tutti i momenti descritti nel libro, ce n’è uno in particolare – oltre alla nascita di tua figlia che credo possa essere considerato il momento più importante – che ti ha toccata in positivo?

C.C.: Certo, la nascita di mia figlia per me è stata una pietra miliare. C’è un prima e un dopo mia figlia Luce, ma questo credo che accada a ogni genitore. Oltre questo, ogni momento della mia vita è stato importante perché ogni momento, anche quelli più difficili da affrontare, mi hanno insegnato cose importanti. Uno tra i più importanti è stato quello in cui ho avuto la conferma dell’esistenza di un “dopo” questa vita, perché ha cambiato tutta la mia prospettiva. Un altro momento molto importante è stato quello in cui ho rincontrato il mio attuale compagno di vita, perché mi ha confermato che può esistere una persona al mondo che comprenda la nostra unicità e la ami per ciò che è.

S.C.: Invece il momento più buio?      

C.C: Non credo ci sia mai stato nella mia vita un vero momento buio, almeno finora. Come dicevo prima, ogni situazione, anche le più difficili, mi hanno insegnato qualcosa di importante che mi ha permesso di acquisire la consapevolezza che ho ora. Come diceva mia nonna che è andata nella Luce all’età di 93 anni: “Non si smette mai di imparare!” e io ne ho ancora molte di cose da imparare, fino all’ultimo momento trascorso su questa terra e anche dopo.

S.C: Vorrei chiudere questa intervista con il messaggio che racchiude Luce, augurandomi che possa essere d’aiuto, di supporto o comunque essere in grado di aprire la mente. Cosa speri possa generare nei lettori la tua storia?

C.C.: Ho scritto la mia storia con la speranza che possa trasmettere, a chi avrà il piacere di leggerla, che la vita è un immenso dono e che, anche nelle difficoltà, si può viverla sempre con la gioia e l’amore nel cuore. Che le difficoltà si possono affrontare, imparando qualcosa di importante, nel farlo.

Intervista di Simone Colaiacomo

Ringraziamo Chiara Cicconi per essersi aperta attraverso questa intervista e con il suo libo Luce. Il Blog Letterario Horti di Giano condivide appieno il messaggio che l’autrice ha voluto diffondere.

Buona lettura del libro Luce di Chiara Cicconi che puoi prendere qui!

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