Può una tragica discesa precipitare nella bolgia della psiche umana?

Era da un pezzo che volevo leggere il romanzo Psycho, dello scrittore thriller-horror americano Robert Bloch: ciò che mi invogliava a farlo era, ovviamente, l’amore sconfinato per il suo cugino cinematografico, il film omonimo di Alfred Hitchcock; mi frenava, invece, un dubbio.

Poiché ho visto Psycho almeno cinquanta volte, mi chiedevo: “Riuscirà il libro a catturarmi lo stesso? Non sarà noiosa, ripetitiva, quasi tautologica la sua lettura? Il romanzo potrà coinvolgermi al punto da non farmi pensare affatto al film?”

Queste le domande che mi impedivano di superare i miei preconcetti.

Nonostante l’iniziale pessimismo, mi sono infine deciso a leggere il romanzo: non ci crederete, ma dopo due, tre capitoli, aveva già dato risposta a tutte le domande che mi ero posto, fugando le mie perplessità.

Intanto che continuavo nella lettura, infatti, cresceva il senso di sorpresa. “Il romanzo di Bloch è un po’ diverso dal film” mi dicevo leggendo. “Questo romanzo è un bel po’ diverso dal film”, affermavo tra me e me un capitolo dopo. “Questo romanzo è diverso dal film” sentenziavo poi. Fino a concludere, terminata la lettura, non soltanto che Psycho di Robert Bloch rimane, nonostante l’enorme successo del film omonimo, un’opera autonoma, che può sconvolgere benissimo di per sé, senza che lo spettatore abbia già presente le atmosfere plumbee e angoscianti del film, ma soprattutto che l’autore sa crearne di sue: tetre, smorte, tenebrose.

Inoltre devo riconoscere che è un gran bel libro, certamente inquieta, fa paura, atterrisce, ma forse, inaspettatamente, sa anche rivelarsi così profondo da apparire una vera e propria allegoria della condizione umana, una favola che suggerisce una sconfortante “morale”.  Una favola sulla mente umana.

La mente, che ci offre gli strumenti per percepire il reale e ci dota della facoltà di discernere il bene dal male; ma dove, allo stesso tempo, in un budello recondito e inesplorato si nasconde qualcosa di terribile, una sorta di vaso di Pandora, che, se aperto, scatena insicurezze, angosce, paure; e, infine, follia.

La trama è nota: Mary Crane, giovane impiegata di Fort Worth, Texas, è stanca di aspettare che il suo amante, Sam Loomis, finisca di pagare i debiti ereditati dal padre per poter cambiare finalmente vita; così, quando il capo dell’agenzia immobiliare in cui lavora, il signor Lowery, le affida quarantamila dollari da depositare in banca, non ci pensa due volte: prende i soldi e scappa verso Fairvale, una cittadina non molto distante, dove vive Sam.

Ma il caso è beffardo: uno svincolo sbagliato e Mary si ritrova sulla vecchia statale, una strada dismessa, su cui sorge il Bates Motel.

La ragazza vi si ferma per passare lì la notte; da quel momento, di lei non si ha più traccia.

Lila, la sorella di Mary, preoccupata per la sua scomparsa, decide così di andare a Fairvale, da Sam, per raccontargli come stanno le cose. È così che inizia la loro indagine per scoprire chi sono veramente Norman Bates, proprietario e gestore del suddetto motel, e Norma, la madre, una vecchia invalida che non esce mai di casa; al massimo, di tanto in tanto, sbircia attraverso la tenda della finestra della sua camera per sapere cosa succede di fuori.

Un’indagine che rincorre ipotesi atroci e tuttavia sempre più plausibili; soprattutto quando un solerte investigatore privato, Milton Arbogast, sulle tracce di Mary e dei quarantamila dollari per conto di una compagnia assicurativa, scopre che la ragazza, prima di sparire, ha alloggiato al Bates Motel. Anche lui, a sua volta, svanirà nel nulla.

A primo impatto, leggendo Psycho, ne ho apprezzato molto lo stile di scrittura: snello, leggiadro nella sua lingua semplice, asciutta e senza orpelli, dal giusto ritmo, capace di mantenere vigile il lettore e invogliarlo a leggere ancora; un ritmo che sa essere incalzante nei momenti di suspense o di angoscia, ma che sa anche affievolirsi – senza adagiarsi troppo – nei momenti più statici, contemplativi, elegiaci.  

Questo stile, sintetico ma semanticamente intenso, da un lato permette a Bloch di non indugiare in descrizioni o digressioni la cui lunghezza potrebbe annoiare o rendere ardua la lettura, di descrivere vite in poche righe e personaggi in poche parole, di rendere i pensieri dei protagonisti confusi, frenetici o folli; dall’altro richiede però che le parole e le frasi siano combinate con molta efficacia e compattezza, in modo tale da renderle cariche di effetto emotivo, affinché il lettore riesca, nonostante la narrazione fluida e veloce, a immedesimarsi nella storia, a immaginarsi i personaggi, a capire quali siano i loro valori, i loro desideri, le proprie sofferenze.

Insomma, lo stile di Bloch può essere paragonato a quello di un pittore avanguardista: poche pennellate, ma intense, vivide, pregne di significati, per raccontare la realtà.

Uno stile ideale per un romanzo che rappresenta un interessante punto d’incontro tra gli stilemi della narrativa horror di genere e quella d’autore, tra letteratura alta e letteratura popolare.  

Corollario (o motivo…) di tale stile è uno scrittore onnisciente, ma con discrezione e originalità: è lui che, attraverso il discorso indiretto (e con punte di discorso indiretto libero) narra i pensieri angoscianti e ossessivi dei personaggi, seppur con distacco, come da fuori campo; e quando sente il bisogno, in certi momenti, di irrompere con la sua voce direttamente nel romanzo, per una riflessione, un’analogia, una constatazione, lo fa con perizia, per esempio a chiusura di frase o di periodo, con parole più sentenziose o più poetiche del solito, in cui la anomalia della sua interferenza è compensata dal pregio della forma letteraria di quei frangenti, sfumata, indefinita, accattivante.

In altre parole, la forma narrativa consta di un giusto equilibrio tra oggettivo e soggettivo, tra realtà e percezione di essa: Psycho è allo stesso tempo romanzo corale, dove agiscono, parlano e pensano personaggi diversi (Sam, Lila, Mary, Norman, ecc.), un romanzo a monologo, dove il personaggio si tormenta con pensieri infausti e contrastanti, un romanzo neomanzoniano, dove lo scrittore è un dio invisibile al personaggio ma evidente al lettore, con cui comunica.

Tuttavia, ciò che rende lo Psycho di Bloch così affascinante e innovativo è la struttura degli avvenimenti narrati: di solito, in un thriller, il lettore parte dal non sapere nulla e si dirige verso il sapere tutto, o comunque quasi tutto.

La novità di Psycho è che il lettore sa già quasi tutto sin dai primi capitoli del libro, tanto da convincersi, man mano che procede nella lettura – e in ciò consiste il geniale stratagemma di Bloch –,  che da un certo momento in poi il romanzo non abbia più nulla da svelare, che diventi più una cronaca di fatti agghiaccianti e di vite funestate dal delitto che un romanzo del mistero: mistero che invece si palesa e si risolve alla fine, in un colpo di scena magistralmente sconvolgente.

Robert Bloch gioca al rialzo, si spinge dove altri non osano: invece di suggerire un orrore latente ma sempre più vicino, e che si svelerà man mano che la storia procede, lo rende da subito esplicito, facendo credere a chi legge che sia finita lì, che oltre quel livello di aberrazione non si possa andare.

Ma proprio quando il lettore si è rilassato e pensa di sapere tutto, la rocambolesca virata della penna di Bloch lo mette di fronte al fatto che in realtà l’orrore non ha limiti, e che i meandri della psiche umana sono un pozzo buio e senza fondo.

Prima parlavo di favola.

Psycho è anche questo, in fondo. Una favola tragica, angosciante e macabra. È un romanzo che riflette, alle volte neanche troppo allusivamente, sulla mente umana, sulle sue imprevedibili dinamiche, che possono stravolgere la vita a chiunque: anche a Mary, una giovane e integerrima impiegata insoddisfatta della sua vita che, per regalarsi una vita felice con Sam, decide improvvisamente di diventare una ladra.

Psycho parla della follia, e ne parla con umanità, senza preconcetti: nel libro c’è l’orrore della mania omicida, ma c’è anche un uomo solo, che vive con una madre dispotica ed egocentrica, divorato dai suoi fantasmi interiori, che gli hanno impedito di farsi una propria vita e che riesce a placare soltanto con l’alcol; oltre al tema della follia come bestia nera che minaccia il quieto vivere degli altri, insomma, la penna di Bloch si sofferma anche su chi di follia ne soffre, e il suo psicopatico è soprattutto un uomo tormentato dalla malattia, un condannato all’inferno in terra, non tanto un mostro. Una favola sulla psiche, dunque, sulla sua imperscrutabilità, sulla sua precarietà, sulle sue aberrazioni. La morale (o le morali)? Leggete, leggete…

Ma non andiamo troppo oltre: Psycho è prima di tutto un ottimo thriller, che inquieta, destabilizza, impaurisce, terrorizza, fa raccapriccio; in parole povere, un thriller che fa senza dubbio il suo dovere.

Un thriller con una trama ben ordita, corroborata dallo stile linguistico e narrativo di Bloch – di cui ho parlato pocanzi –, che non permette distrazioni al lettore e gli riserva invece momenti al cardiopalma.

Un thriller a più livelli: psicologico, e un plauso va allo scrittore per aver saputo rendere tramite il suo discorso indiretto libero agile e scorrevole i pensieri dei suoi personaggi e l’angoscia, la paura, la disperazione, la follia che trasudano; un thriller classico – termine da prendere con le pinze, riguardo a Psycho –, ovvero basato, seppur in modo per niente scontato e in parte innovativo, sul meccanismo del whodunit, sull’indagine che i protagonisti della storia conducono per giungere  alla scoperta di un misterioso colpevole.

Un giallo d’atmosfera, perché il romanzo è davvero un concentrato di atmosfere sinistre, cupe, presaghe di delitti, macabre, deliranti.

Insomma, un thriller carico di suspense, ingannevole e imprevedibile, pauroso e a tratti truce, ma allo stesso tempo malinconico, desolante, persino lirico.

In questo momento so cosa state continuando a chiedervi mentre leggete: come spiegherò ciò che ho affermato prima, ovvero che il libro di Bloch è diverso dal film? Una domanda che merita una risposta, anche soltanto per ricordare a chi legge che – qualunque sia l’amore profondo che vi leghi al film o la motivazione che vi spinge a preferire la pellicola al libro – è dal romanzo che nasce il capolavoro hitchocockiano, seppure molto più famoso e certamente molto più conosciuto.

Il libro è diverso dal film non nella trama, sia chiaro: quella resta pressoché la stessa. Lo è però in alcuni dettagli relativi alla trama stessa e, soprattutto, per la cornice psicologica che la attornia, entrambi assenti – o molto ridotti – nel film: per questioni di tempo, certo, ma anche di censura, come saprà chi conosce le vicende relative alla realizzazione di Psycho (per un primo approccio all’argomento, vi consiglio il bel film di Sacha Gervasi con Anthony Hopkins nei panni del grande genio e maestro del cinema, intitolato appunto Hitchock).

Nel film sono eliminati i momenti erotici e scabrosi: la loro presenza non poteva essere tollerata dal buonsenso dell’epoca.

Parliamo di una storia che, attraverso il cinema, doveva arrivare nientemeno che al grande pubblico; eppure, nel libro ce ne sono, e diversi.

Per le stesse motivazioni, sono assenti dalla pellicola le scene più truci; ma non voglio rovinarvi la lettura del romanzo, per cui non soddisferò la vostra morbosa curiosità di sapere quali siano queste scene, e in che punto della trama esse siano più orrende rispetto a quelle del film.

Infine la pellicola esclude quasi del tutto la parte meno frenetica del libro, quella più letteraria, ossia i pensieri angoscianti, convulsi, macabri, folli dei personaggi, pensieri assillanti e antitetici, disperati e orrendi: ovviamente, un film non può durare tre ore, a meno che dietro non ci sia un’idea geniale, che richiede più tempo per esprimere al meglio la propria potenza emotiva.

Chiuderei sunteggiando in poche parole ciò che volevo trapelasse maggiormente da queste poche righe su un bellissimo thriller, poiché, come m’insegna il maestro Bloch, la chiusura di un capitolo dev’essere sempre ad effetto: dedicate qualche ora delle vostre giornate a Psycho di Robert Bloch.

Quando lo avrete letto, vi sembrerà perlomeno sorprendente constatare di averlo fatto in soli tre giorni, e non in una settimana / dieci giorni, come pronosticavate al momento di cominciare la lettura.

Per cui: un po’ di ottimismo, una volta tanto…!

Genere: thriller / horror
Edito: Vari editori (prima edizione 1959)
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di Salvatore Napoli

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