È giorno. Ti svegli, ti volti per abitudine verso l’altro lato del letto ma è vuoto.

Il cuscino intonso, le lenzuola tese e ordinate.

È il primo mattino senza di lui. Non importa perché, di chi sia stata la decisione, se ci sia stato un lutto. Il fatto adesso è che bisogna in qualche modo continuare a vivere. Sola.

Magari è la prima volta che ti capita nella vita di scontrarti con la solitudine, o invece magari ci sei già passata. Il dolore è lo stesso ogni volta.

Un vuoto, come se qualcosa ti scavasse l’addome; pensieri confusi su cosa fare, in che ordine farlo ma soprattutto: perché?

I piedi non vogliono scendere dal letto. Le gambe sono di cemento, anzi no: il corpo intero non reagisce! Non riesci a muoverti, se è la tua prima volta ti allarmi.

In ogni caso sai che la giornata è andata e tu da quel letto non uscirai. Preferirai la solitudine di quelle tiepide coperte al freddo del mondo fuori, tutto da ricostruire.

Pensi che probabilmente lui stia facendo le stesse cose di sempre, con la solita routine assecondata – se non creata anticamente – dalla madre.

Lui non soffre, ti ripeti, e intanto fai soffrire di più te stessa. Non è il momento per pensare a lui, nel bene e nel male; è il momento di non pensare a niente.

Dormi, dormi e non pensare alla tua solitudine (se sia diversa o uguale alla sua), non pensare a chi non è più in quel letto, perché adesso è troppo doloroso farlo.

Dopo un tempo variabile individualmente seguirà lo spostamento sul divano: lavoro di giorno e divano per il resto del tempo, la solitudine sempre più compagna di vita, col telefono pronto nel caso lui chiamasse, perché umiliarsi è rimasta un’abitudine.

Passando i giorni accetterai qualche uscita con pochi fidati amici ma solo per alcune ore e in luoghi conosciuti, come un pulcino che ha paura di tutto e tra una risata e l’altra continuerai ad avere momenti di solitudine anche in mezzo agli altri, perché quel vuoto non lo può riempire nessuno che non sia lui.

Forse un altro amore ma chissà.

Magari non riuscirai a mangiare per un po’ e tirerai avanti spizzicando il minimo indispensabile.

Ci vuole pazienza: la solitudine arriva come un pugno nel petto, stravolgendo la realtà e bisogna amarsi molto per renderla meno cattiva.

Al mattino continui a guardare quel cuscino e ti alzi dal letto già triste.

Finché un giorno lo prendi e lo butti nell’armadio: il letto sarà anche vuoto ma almeno non avrai l’immagine del suo viso posata in quel preciso punto.

Allora la rabbia fa il suo corso: via tutti i ricordi, i regali, le lettere, i ciondolini e ammennicoli vari, via le foto dal telefono, ritirate in una cartella remota sul PC.

Via spazzolino e dentifricio, via le ciabatte e i suoi dolci preferiti, sbafati alla faccia sua. Una pulita alla casa, nel letto lenzuola mai usate con lui.

La vita ricomincia, lenta.

Non è quella di prima, non lo sarà mai più perché ogni persona che incrociamo nella vita lascia un segno o almeno un cambiamento.

Ma a volte è proprio quello che ci vuole, un trampolino verso qualcosa di più grande, verso una se stessa più saggia.

Si riprende a vedere gente, si frequenta la palestra o qualche corso interessante dove svagarsi e coltivare una passione.

Ti accorgi che il tuo meglio lo davi a lui e a te restava ben poco.

Ti riprometti che non lo farai più, forse se sarà così. La solitudine è quasi libertà.

Fior di manuali insegnano come imparare a stare bene da soli. Pochi insegnano come evitare di rimanere tali a vita…

In un’epoca di così forte individualismo, nella quale non si vuole rinunciare a niente (palestre, calcetto, suonare la cornamusa, un’ora al giorno al telefono con chicchessia, social vissuti in segreto…) ciò che manca è lo spirito di sacrificio, la capacità di un compromesso, esserci quando l’altro ha bisogno: diventare un punto di riferimento l’uno per l’altro.

La solitudine è uno schifo ma si potrebbe forse molte volte evitare, se fossimo più pronti a dare che a chiedere.

Non ci sono due solitudini uguali e ognuno ha la sua storia ma di fronte a un letto vuoto o a un tavolo apparecchiato per uno, quando si rientra la sera e la chiave già tre volte nella toppa perché la casa è vuota, quella sensazione di inutilità ci agguanta tutti e ci sbatte in faccia il dubbio che la nostra vita conti veramente per qualcuno.

Se siamo fortunati e lo sappiamo chiedere, troveremo intorno a noi persone che ci amano e che non hanno paura del nostro dolore, ma quasi tutti si dilegueranno perché la tristezza spaventa, quasi fosse contagiosa.

E forse lo è. Farsi carico dell’emozione di un altro, aprire la propria mente all’empatia – se se ne è capaci – è semplice compassione, la provano anche gli animali.

La solitudine è pericolosa, produce pensieri di morte e autolesionismo, non si può fingere che non esista, non ci si può giocare per scopi commerciali e sostenere che sia la condizione ideale per aprire non so quale connessione con il mondo.

Non è un gioco. La nostra interiorità va costruita lentamente e con pazienza, con la consapevolezza delle proprie emozioni, senza ripetere con furia dei mantra ma conoscendo noi stessi per diventare davvero più forti. E affrontare meglio la “prossima volta”.

Perché non finisce mai questa ruota, la solitudine torna: quando pensi che tutto sia tranquillo, di nuovo un terremoto arriva a metterci alla prova.

di Simona Marocco

Leggi l’intervista alla scrittrice Simona Marocco sul nostro Blog Letterario Horti di Giano!

Se vuoi conoscere meglio l’autrice di questo articolo, leggi il suo romanzo L’inganno della solitudine e buona lettura!

 

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