Ogni nazione, ogni cultura, ogni epoca ha il suo vampiro.

Questa è una storia vera, una storia inquietante per stomaci forti. Una storia di delitti indescrivibili.

È innegabile come la società industriale abbia funto da catalizzatore per la diffusione del benessere sociale e della democrazia; allo stesso modo, sono evidenti i suoi aspetti negativi, o meglio nefasti: mai come in quest’epoca la natura è stata manipolata – e dunque devastata – in nome del progresso, e le conseguenze sono quotidianamente sotto gli occhi di tutti.

Accanto ai corollari più evidenti e obiettivi – l’inquinamento, la disumanizzazione dilagante nelle grandi metropoli, il consumismo sfrenato – molti ne adducono altri, spesso tendenziosi, e volti all’idealizzazione dei tempi che furono: solo la società contadina avrebbe conosciuto, secondo certi modi di pensare, i valori autentici della vita – Dio, famiglia, lavoro, ecc. – e, di conseguenza, sarebbe stata immune dalle degenerazioni che connotano invece la civiltà contemporanea, materialista e annichilita: tra esse, la mancanza assoluta di valori spirituali che portano inevitabilmente verso la noia, l’abulia e la delinquenza.

La storia che mi accingo a raccontare dimostra quanto siano manichei questi tipi di contrapposizioni. Questa è la storia di un serial killer.

Un serial killer vampiro.

Un mostro che però visse proprio in quell’arcaico mondo contadino in cui avrebbero regnato purezza e rigore morale, tanto decantati dai nostalgici. Questa è la storia di Vincenzo Verzeni: il vampiro della Bergamasca.

Siamo alla fine degli anni ’60 del XIX secolo, in un’Italia appena unificata, la cui economia gravita ancora principalmente attorno all’agricoltura; insomma, un’Italia rurale, che non ha ancora conosciuto la sua rivoluzione industriale.

Bottanuco è un piccolo villaggio presso Bergamo, sito lungo il fiume Adda.

Tra coloro che lo popolano vi sono i Verzeni, una famiglia di contadini agiati, gravata però da seri problemi: il capofamiglia è un alcolizzato che dà sfogo alla sua ira ricorrendo spesso alle mani, mentre sua moglie è troppo spaventata dal temperamento del coniuge, troppo sottomessa per riuscire a cambiare le cose.

A farne le spese è soprattutto il figlio della coppia, Vincenzo, spesso malmenato dal padre, anche per inezie, e costretto al celibato per evitare le spese di un eventuale matrimonio: l’avarizia dei Verzeni è quasi proverbiale a Bottanuco.

All’apparenza, Vincenzo è un ragazzo tranquillo e affabile, taciturno, quasi schivo.

All’apparenza.

Perché, sotto quella normalità quasi banale, si nasconde qualcosa di terribile: qualcosa che scaturisce dall’inferno quotidiano in cui è costretto a vivere, che gli impedisce di avere un’esistenza serena e di fare le normali esperienze dei ragazzi della sua età (come, ad esempio, quelle sessuali), e che, rimasto latente per anni, si palesa quando il giovane non ha ancora vent’anni (era nato nel 1849).

Qualcosa che lo porta lentamente a distorcere la sua emotività, le sue pulsioni e a trasformarsi in un personaggio da racconto del terrore.

In un giorno imprecisato tra il 1868 e il 1869, Vincenzo aggredisce sua cugina, Marianna Verzeni, mentre è a letto, ammalata, tentando di strangolarla: la ragazza si salva perché riesce ad urlare e a mettere in fuga l’assalitore.

È soltanto la prima di una serie di aggressioni a danno di ragazze o donne, che però non lo denunciano: forse perché, tra i suddetti valori della società contadina, c’era la strenua difesa dell’onore.

L’aggressione da parte di un ragazzo poteva facilmente instillare nella testa dei paesani l’idea che questa fosse stata attuata per motivi sessuali.

Nel dicembre 1869 è la volta di Barbara Bravi, ventisette anni, anche lei afferrata per il collo da Verzeni e sfuggita alla sua furia per aver gridato aiuto.

Seguono a breve distanza le aggressioni di Margherita Esposito e di Angela Previtali, entrambe risoltesi, per fortuna, in un nulla di fatto, grazie alla prontezza delle due donne che riuscirono a divincolarsi dalla presa del giovane contadino e a fuggire.

Ma Vincenzo Verzeni non si ferma.

Ciò che lo induce a compiere tali azioni è un istinto irrefrenabile, una pulsione irresistibile, un vero e proprio raptus, che purtroppo lo porterà a trasformarsi in un feroce assassino.

8 dicembre 1870.

Giovanna Motta, quattordici anni, domestica presso i coniugi Ravasio di Bottanuco, esce di casa tra le sette e le otto del mattino per recarsi nel vicino comune di Suisio dove abita la sua famiglia.

La ragazza non vi arriverà mai.

Due giorni dopo, il 10 dicembre, Giovanni Battista Ravasio, saputo che Giovanna non è mai giunta a Suisio, comincia a cercarla per le campagne circostanti.

Lo spettacolo che, arrivato in un podere poco lontano dalla sua abitazione, si offre ai suoi occhi, è qualcosa che difficilmente il Ravasio potrà dimenticare: Giovanna è riversa a terra, completamente nuda, fatta eccezione per una calza sulla gamba sinistra.

L’assassino l’ha soffocata riempiendole la bocca di terra.

Il suo corpo è stato brutalmente straziato: quasi tagliato a metà, manca di alcuni pezzi ed è privo delle viscere (ritrovate il giorno prima da tale Battista Mazza nel cavo di un gelso: aveva pensato che fossero di un animale e perciò non aveva dato importanza al rinvenimento).

Vicino al cadavere, su un sasso, vengono ritrovati dieci spilli, disposti, come in una sorta di rituale esoterico, a raggiera.

Ma l’orrore non è finito. Neanche un anno dopo, Vincenzo Verzeni torna a colpire.

Il 10 aprile 1871 tenta di aggredire Maria Galli, che per fortuna riesce a fuggire.

Quattro mesi dopo, il 26 agosto, è la volta di Maria Previtali, una filatrice di 19 anni, nonché cugina di secondo grado di Vincenzo: costui trascina con la forza la ragazza in un campo e tenta di strangolarla.

Ma esita, ha paura che qualcuno passi di lì e lo sorprenda, tanto che interrompe addirittura la violenza per andare a sincerarsene.

Maria intanto si rialza, ma, troppo spaventata per fuggire, viene raggiunta nuovamente dal Verzeni che prima l’afferra per le mani e poi, alle insistenti – e probabilmente urlate – suppliche della ragazza, cede e la lascia andare.

Elisabetta Pagnoncelli, 28 anni, non sarà altrettanto fortunata.

Il giorno seguente all’aggressione di Maria Previtali, la donna esce di casa molto presto, verso le sei del mattino, per recarsi nel podere di cui è proprietario il marito.

Trascorrono un paio d’ore; ma Elisabetta non è ancora tornata.

Così il consorte, preoccupato, comincia a cercarla. La ritroverà poco dopo in un campo vicino al suo appezzamento.

La scena è raccapricciante: Elisabetta è completamente nuda, il collo tumefatto dalla pressione di una corda (ritrovata poco lontano).

Il suo cadavere è stato orrendamente oltraggiato: manca di un polpaccio e, anche stavolta, delle viscere; inoltre, ha infissi sul dorso cinque spilli, mentre altri dieci (di nuovo…) sono rinvenuti a poca distanza dal suo corpo martoriato.

Ma stavolta, la cortina di silenzio che circonda le turpi azioni di Vincenzo viene a cadere.

Saputo dell’efferato omicidio di Elisabetta, Maria Previtali decide di raccontare ciò che le era accaduto soltanto il giorno prima agli inquirenti. Costoro indirizzano così le indagini sul contadino.

Presto cominciano a spuntare i primi testimoni, come Giovanni Bravi, ad esempio, il quale afferma di aver visto, il giorno del delitto Pagnoncelli, il Verzeni aggirarsi presso il luogo dove poco dopo sarà ritrovato il cadavere, in mano un falcetto – con cui probabilmente aveva eviscerato il corpo della malcapitata –.

Tra le donne scampate alle aggressioni, Maria Previtali riconosce il suo aggressore nel Verzeni.

Spuntano inoltre alcune prove che sembrano corroborare le testimonianze: per esempio, il ritrovamento, presso il cadavere della Pagnoncelli, di impronte corrispondenti a quelle delle scarpe del contadino, oltreché della federa di un cappello appartenente all’imputato.

Vincenzo Verzeni viene arrestato il 10 gennaio del 1872.

Dopo maldestri tentativi di discolparsi (arriverà persino ad accusare alcuni suoi compaesani dei delitti), alla fine parla.

Confessa tutto, Vincenzo. Forse, troppo.

Già, perché quello che dice durante gli interrogatori fa gelare il sangue nelle vene:

“io ho veramente uccise quelle donne e tentato di strangolare quelle altre, perché provava in quell’atto un immenso piacere, in quanto ché appena metteva loro le mani addosso sul collo […] ne sentiva un gran gusto.

La prima non la strozzai del tutto perché il piacere lo gustai subito appena toccatole il collo; per la stessa ragione restarono salve le cinque altre assalite; invece le due restarono soffocate perché il piacere tardando a manifestarsi le stringeva sempre più ed esse morivano […].

Le graffiature che si trovarono sulle cosce non erano prodotte colle unghie ma con i denti, perché io, dopo strozzata la morsi e ne succhiai il sangue che era colato, con che godei moltissimo […]. Io non ho mai pensato a toccare o indagare le parti sessuali, o analoghe, ma solo mi limitavo a stringerle al collo ed a succhiarne il sangue”.

Questo è quanto rivela Vincenzo Verzeni agli inquirenti: il suo movente è un aberrante e distorto desiderio sessuale, grazie al quale il contadino riusciva a raggiungere l’orgasmo soltanto stringendo il collo delle malcapitate o bevendone il sangue.

Ma ciò che più terrorizza, rileggendo i verbali, è il motivo che, secondo Verzeni, avrebbe decretato la salvezza delle altre donne aggredite: non la loro ferma reazione, ma un semplice fatto “fisiologico”, ovvero il raggiungimento del piacere prima che la sua furia finisse per togliere la vita alle povere donne.

Il processo a Vincenzo Verzeni, che si tiene presso la Corte d’Assise di Bergamo dal 26 marzo al 9 aprile 1873, vede la partecipazione, in qualità di perito della difesa, di un illustre scienziato: Cesare Lombroso, il precursore delle odierne scienze criminologiche.

Il quesito che assillerà Lombroso e gli altri tecnici della difesa chiamati a scandagliare la psiche del “vampiro” durante il procedimento giudiziario a suo carico è se costui, nel momento in cui compiva i delitti, fosse capace o meno di intendere e di volere; ovvero, se Verzeni fosse pazzo o meno.

Una domanda a cui fa seguito una risposta approssimativa e ambigua, causa anche le limitate e semplicistiche teorie dell’epoca relativamente ai criminali psicopatici.

L’accusa, invece, non ha alcun dubbio: nel momento in cui commetteva i suoi delitti, il Verzeni era pienamente consapevole delle proprie azioni.

Cesare Lombroso cerca in tutti i modi di provare la pazzia del Verzeni, imputandone l’origine a una serie di fattori: la pellagra, malattia di cui erano affetti i membri della famiglia Verzeni; il “cretinismo” di alcuni zii dell’imputato; persino alcune malformazioni del cranio di Vincenzo (sono note le teorie lombrosiane relative all’osservazione della scatola cranica dei criminali).

Ma il 7 aprile, nell’esporre il giudizio finale sulle condizioni mentali dell’imputato, Lombroso stesso si “arrende” ai misteri che si celano nella mente del Verzeni e riconosce l’impossibilità di stabilire con una certa precisione quanto l’omicida fosse consapevole e quanto invece fosse già preda del delirio nel momento in cui commetteva i suoi mostruosi delitti:

“Io credo che non sempre il Verzeni fosse nel pieno dominio della sua volontà”, afferma Lombroso, a conclusione del suo giudizio.

E quando il Pubblico Ministero gli chiede di circoscrivere meglio quel “non sempre”, Lombroso non può che dare la seguente risposta, che suona come una sconfitta: “noi medici siamo in imbarazzo a precisare certe cose. Non possiamo rispondere che in via indiretta, perché si tratta di un fenomeno, come si suol dire, psicologico.

[Verzeni fu] Responsabile pienamente in principio dell’atto, meno responsabile nel delirio dell’atto”.

Il pomeriggio del 9 aprile, la Corte d’Assise di Bergamo condanna Vincenzo Verzeni ai lavori forzati a vita. È il voto di un solo giurato che gli evita la fucilazione.

Dopo qualche tempo trascorso in carcere, il “vampiro” viene trasferito nel manicomio giudiziario di Milano.

Per Vincenzo è l’inizio di un nuovo, crudele inferno. Come dovette capitare a tanti “mostri”, in quell’ospedale psichiatrico non lo aspetta una cura, ma bensì la crudele nemesi dei “normali”.

Isolamento, docce gelate che gli precipitano addosso da tre metri di altezza, bagni bollenti, scosse elettriche, sonniferi e narcotici: queste le “cure” riservate al “mostro” per redimerlo.

Ma Vincenzo, che pure di inferni ne aveva attraversati tanti, non ce la fa a sopportare l’ennesimo orrore che la vita gli ha riservato.

Il 23 luglio 1874, alle quattro del mattino, gli infermieri lo trovano impiccato alla finestra della sua cella: a parte le pantofole, è completamente nudo.

Questa è la truce storia del vampiro della Bergamasca. Truce, perché tali furono i delitti commessi dal “mostro”; ma anche perché la vicenda di Vincenzo Verzeni ci induce a riflettere, a pensare che mostri non si nasce, ma si diventa.

Grazie alle angherie e alle violenze perpetrate da un padre padrone, ad esempio, e al silenzio di una madre troppo spaventata per salvare suo figlio dalla follia.

Insomma, altri mostri; che però, ahimè, riescono a camuffarsi, fino a dare l’impressione di essere persone normali.

di Salvatore Napoli

 

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Il Mostro di Roma

Il Mostro di Nerola

Se vuoi approfondire le storie dei Mostri d’Italia, prendi una copia di 22 gradini per l’inferno.

Leggi l’intervista rilasciata da Salvatore Napoli, pioniere di un nuovo alternativo modo di scrivere l’horror, fra linguaggio classico e realismo dell’inconscio post-moderno.

 

 

 

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